Indagine ad alto rischio – Capitolo 1, seconda parte
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Mi liberai della giacca che sistemai nel sedile posteriore, accesi la macchina che era diventata una specie di forno: non avevo trovato un posto all’ombra. Guidai verso via Roma; ero diretto nella zona dello stadio Amsicora dove abitava Simona Cadeddu. La temperatura stava salendo, mi sarebbe piaciuto andare a fare una passeggiata al mare con una ragazza che frequentavo da qualche mese, ma il lavoro aveva la precedenza. Arrivato a circa duecento metri dall’abitazione di Simona Cadeddu parcheggiai e la chiamai al telefono di casa. Rispose di persona. Le dissi se potevo passare da lei per parlarle del suo Manuel ma rispose che aveva degli impegni e non era possibile prima della settimana successiva. Compresi subito che era una cretina, non sembrava minimamente preoccupata di che fine avesse fatto il fidanzato. Forse perché sapeva dov’era, pensai…
Trascorsero quaranta minuti quando la vidi uscire di casa e salire in macchina, la seguii tenendomi a una certa distanza, tanto quanto bastava per non farmi notare ma anche per non perderla di vista. In strada c’era più movimento adesso; un gruppo di ragazzi sostava alla fermata del pullman fischiando tutte le tipe che passavano davanti, anche le più brutte. Un sorriso comparve sulle mie labbra.
La ragazza parcheggiò in piazza Repubblica, feci altrettanto pagando l’ausiliario della sosta per due ore. Si avviò a piedi verso via Alghero. Ebbi un brutto presentimento. Avevo ragione, nell’ora successiva entrò e uscì da un paio di negozi carica di buste, nel frattempo mi annoiavo guardando le vetrine. Non ho mai sopportato accompagnare una mia ex a fare shopping, ma qui c’erano in ballo mille euro anticipati, dovevo tenere gli occhi aperti. Ogni tanto mi guardavo intorno per vedere se ero seguito, tutto sembrava normale. Ad un certo punto Simona ricevette una telefonata da qualcuno che non riusciva a sentire bene, tant’è che si mise a urlare. Mi avvicinai per sentire meglio. Disse che sarebbe arrivata all’aeroporto alle diciassette e cinquanta. Fece dietrofront e tornò alla macchina a passo veloce, sfiorandomi; feci finta di guardare un paio di scarpe in vetrina. Le andai dietro, si diresse verso l’auto, salì e partì.
La seguii sino a casa sua, poi andai in edicola a prendere un giornale e controllai i voli che arrivavano alle diciassette e cinquanta da qualche parte. L’unico era un volo per Barcellona che partiva da Cagliari alle sedici, ma che cavolo faceva, andava a divertirsi mentre il ragazzo era chissà dove? Decisi di seguirla. Forse al telefono era Manuel, nel caso sarei dovuto partire anch’io. Chiamai la signora Sinis per aggiornarla della situazione, un eventuale viaggio avrebbe comportato molte più spese del previsto, ma con tutti i soldi del compagno avrebbe dato l’ok.
Mi disse di partire se lo ritenevo necessario per l’indagine, le risposi che lo era. Le avrei portato le ricevute del biglietto, hotel, etc. Avevo a disposizione tre ore prima del volo. Chiamai per prenotare un posto che riuscii a trovare solo perché una coppia aveva disdetto. Tornai a casa. Mentalmente pensavo a ciò che mi occorreva. Preparai una valigia con il cambio per un paio di giorni: due felpe, due jeans e un altro paio di scarpe sportive oltre a quelle che avrei indossato per il viaggio, accessori per la toilette. Sono già stato a Barcellona in vacanza con amici, il clima è simile a qui ma con meno umidità. Ero completamente sudato, mangiai un panino e feci un’altra doccia.
Non avrei immaginato le cose sarebbero andate così quella mattina. Da un ipotetico lavoro a un pedinamento in Spagna: fosse sempre stato così! Preparai un caffè e misi la carta di credito nel portadocumenti. Chiamai un mio amico, il maresciallo dei carabinieri Davide Castaldi; era il suo giorno libero, gli spiegai tutto. Decisi di passare da lui per lasciargli le chiavi di casa, non sapevo quanto sarei stato via e mi sentivo più sicuro se fosse passato nel mio appartamento ogni tanto a dare uno sguardo, senza antifurto ero preoccupato.
Per finire in bellezza lasciai la mia auto nel suo garage con la scusa che l’avevo appena lavata. Mi accompagnò sotto casa della tipa, se la prese perché gli facevo perdere la partita del suo Milan. E io cosa dovevo dire, avevo già organizzato tutto a casa di amici per vederci il Cagliari! “Andrea ma perché non la smetti di giocare a fare Sherlock Holmes e ti trovi un lavoro decente? Vuoi stare tutta la vita a scattare foto alla gente mentre tromba o pedinarla?” La solita storia, Davide rompeva le scatole perché ha sempre voluto entrassi nell’Arma, avevo una buona cultura, ero bravo a rintracciare la gente e a pedinarla, oltre a fiutare il pericolo. Il fatto è che non approvo la gerarchia tra i militari, il dover rispondere sissignore e fare ciò che ti ordinano i superiori. Meglio lavorare per conto mio, senza dover rendere conto ad alcuno di quello che faccio. Poi preferivo indossare una polo o una camicia sotto la giacca piuttosto che una divisa celeste-rosso-nera o del colore che portano.
Lo guardai: “Vecchio, sei geloso! Preferisco fare a modo mio, non mi piace dover rispondere ad altra gente del mio operato. Ne abbiamo parlato tante volte, non voglio nessun altro al mio fianco, sono single anche nel lavoro! Piuttosto quando rientro andiamo al poligono, ti do un’altra lezione!” Mi mandò a quel paese. Ormai si stava rassegnando al fatto che fossi più bravo di lui a sparare. Continuò a rompere sul tema di: “Ma perché non ti sposi, perché non ti fai una famiglia, hai già trentacinque anni…” Le mie risposte variavano dal “Pensa hai fatti tuoi” a “Non rompere, ho altro a cui pensare”.
Ci piazzammo sotto casa di Simona Cadeddu. Alle quattordici e trenta passò un taxi a prenderla, erano diretti verso l’aeroporto di Elmas. Feci fare altrettanto al mio autista d’eccezione. Durante il tragitto pensavo a quello che mi aspettava nei giorni successivi.
Arrivati a destinazione gli dissi: “Grazie amico, controlla la casa e metti benzina se usi la mia auto.”
Mi guardò e rispose: “Muoviti a scendere c’è la partita, non combinare casini in Spagna, non ti potrei aiutare”.
Seguii Simona tenendomi a distanza, poteva tornarle in mente di avermi già visto se mi fossi appiccicato. Non c’era nessuno ad aspettarla, era sola. Andai a ritirare il biglietto e mi diressi al check-in. Appena la vidi entrare in sala d’aspetto feci una tappa in bagno. Andai al bar e comprai due panini col prosciutto e formaggio. Ne mangiai solo uno: mai partire a stomaco vuoto, ma nemmeno che sta sul punto di esplodere. Presi anche una bottiglia grande di acqua, bevevo in continuazione.
Un centinaio di persone con borse a tracolla affollavano la sala d’imbarco. Mi sedetti su una poltroncina. Erano tutti ragazzi sui venti-venticinque anni, eccitati all’idea dì passare la Pasqua nel casino di Barcellona. Li capivo, anch’io avrei fatto la stessa cosa alla loro età. Dal canto mio, vestito sportivo, ero perfettamente a mio agio e riuscii a mischiarmi tra il gruppo: sembravo anch’io un pischello. Giunse il momento dell’imbarco, Simona era a tre metri da me, poteva insospettirsi a vedermi partire da solo a Barcellona, anch’io potevo pensare lo stesso di lei, quindi decisi di attaccare bottone con qualche ragazza. Urtai tre tipe con la valigia e dalle scuse iniziali passai a fare la loro conoscenza. Spiccavano fra le altre perchè non avevano capelli rasta e jeans strappati. Le aiutai a portare il bagaglio a mano, salimmo sull’aereo e mi sedetti in coda, a un paio di file di posti dalla pedinata; mi sarebbe passata accanto per scendere dall’aereo.
Le mie nuove amiche iniziarono a offrirmi roba da mangiare raccontandomi la storia della loro vita, avevo la testa che mi scoppiava dopo un solo quarto d’ora! Iniziarono a farmi domande sul perché partivo da solo, se ero fidanzato, se studiavo o lavoravo. Loro studiavano giurisprudenza. Non dissi che anch’io avevo fatto lo stesso, mi sarei dato la zappa sui piedi. Avrebbero cominciato a farmi domande sui docenti, gli esami e via dicendo. Dissi che volevo dormire e mi lasciarono in pace per il resto del volo. Chiusi gli occhi ma non riuscii a dormire, urla e risate mi fecero compagnia fino a Barcellona. Erano tutti ingiogazzati, neanche quando incontrammo una turbolenza si calmarono. Ci sarebbe voluto un sonnifero per tenerli a bada.
Appuntamento alla prossima settimana per il secondo capitolo.
[Foto di migclick sotto licenza Creative Commons]
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