Indagine ad alto rischio – Capitolo 5, seconda parte

Telefonai ai carabinieri. Il telefono si trovava in cucina, feci il centododici. Finalmente squillava:

“Pronto Carabinieri, mi dica”

“Salve, mi chiamo Andrea Costa, sono un investigatore privato, mi trovo in un’abitazione nella zona di Burcei, sulla cinque-cinque-quattro. C’è stata una sparatoria, un uomo è deceduto… Serve un’ambulanza.”

“Mi dia l’indirizzo, non si muova di lì!”

Il tizio si animò all’istante:

“Dopo il ponte girate a sinistra, un sentiero vi porterà all’abitazione.”

“Stiamo inviando una volante da Burcei, non tocchi niente!”

Posai il telefono ma non feci in tempo a girarmi che fui colpito alla testa. Caddi sul pavimento tramortito. Poggiai una mano sulla fronte, era piena di sangue. Davanti a me Manuel, si era slegato e mi aveva colpito con la fibbia della cintura, il suo sguardo non lasciava presagire nulla di buono per la mia salute e così fu. Prese a colpirmi ovunque. Mi chiusi a riccio per attutire le botte.

“Bastardo! Ti ammazzo!”

Ruotai su me stesso e gli sferrai un calcio sulla gamba destra con tutta la forza, perse l’equilibrio e cadde al mio fianco. Gli salii sopra, con la mano sinistra gli tenni bloccato il braccio destro dove stringeva il cinto e con la sinistra gli afferrai il collo e strinsi più che potevo. Lui cercò di reagire con la mano sinistra ma dovette arrendersi, lo stavo strangolando.

“Pezzo di merda! Stai fermo!”

Smise di agitarsi, mi alzai in piedi ed estrassi la pistola puntandogliela contro. Si contorceva sul pavimento tossendo.

“Se ti muovi sparo! Resta dove sei! Perché hai ucciso Marco Curreli? Cosa ti ha fatto per meritare di essere ucciso a quel modo?”

Mi guardò stralunato, sembrava drogato:

“Tu non puoi capire… ”

“Che cosa non posso capire?”

“Non sai cosa si prova a crescere senza un padre. Tua madre che se ne frega e va con un altro, poi lui per la disperazione si ammazza.”

“Hai ucciso il marito di tua madre solo per questo? Ti sei rovinato la vita, finirai in prigione per trent’anni.”

Continuava a fissarmi senza rispondere. Disse soltanto:

“Non farò neanche un giorno di prigione, per nessuna ragione al mondo finirò dentro.”

“Se credi di essere dichiarato infermo di mente non hai possibilità, questo non è un film.”

Sentii il rumore di una sirena, stavano arrivando i carabinieri, alla buon’ora. Mi distrassi quel tanto necessario a che il ragazzo si alzò all’improvviso e si lanciò verso di me. Non volevo sparargli. Fui colpito con una testata allo stomaco e ruzzolammo a terra entrambi. Persi la sua pistola. Fu più svelto di me, la raccolse e la puntò su di me.

“Calmati Manuel, non fare cazzate! I carabinieri sono arrivati, li ho informati su di te. Non riusciresti a sfuggirgli!”

“Non ho niente da perdere lo sai! Non ci vado in prigione!”

“Manuel, ragazzo… Se mi uccidi ti daranno l’ergastolo. Se lasci le cose come stanno te la puoi cavare con molto meno.”

Avrei detto qualsiasi cosa pur di salvarmi la pelle, ma il ragazzo aveva altri piani. Si mise la pistola in bocca e premette il grilletto. Mi precipitai su di lui, stava morendo:

“Manuel! Manuel!”

Spirò tra le mie braccia…

La cavalleria fece irruzione nell’abitazione. Due ragazzi della mia età mi puntarono le loro armi urlando:

“Fermo! Carabinieri!”

Sollevai le braccia:

“Sono un investigatore privato, ho chiamato la vostra centrale per avvertire di quanto stava succedendo qui. Ho la licenza in tasca, controllate.”

“Adesso vediamo se dici la verità, non ti muovere!”

Stavano facendo il loro lavoro e io li assecondai, sperai solo di non prendere qualche calcione nel frattempo. Uno si avvicinò al cadavere del ragazzo, controllò il battito, fece cenno di no al collega. L’altro mi perquisì, sfilò il portafogli dalla felpa. Si girò verso il collega e disse:

“Maresciallo, è Andrea Costa, l’uomo che ci ha chiamato pochi minuti fa”.

L’altro mi mise le manette per precauzione, ancora non conoscevano i fatti, potevo essere io l’assassino.

“Abbiamo ricevuto una chiamata poco fa dal maresciallo Davide Castaldi. Si può alzare, ci spieghi cos’è accaduto.”

Dopo mezz’ora avevo terminato il mio racconto; nel frattempo erano arrivate due ambulanze e altre tre pattuglie. Giunse Davide che riuscì a farmi prendere un po’ di respiro fermandosi a parlare coi colleghi e garantendo per me. I corpi dei due uomini furono portati via, Paola Sinis sotto shock venne medicata. Fu grazie alla sua testimonianza che gli investigatori mi liberarono i polsi dalle manette. Quando toccò al sottoscritto, il comandante dell’Arma Enrico Bassi si avvicinò:

“Come sta signor Costa?”

“Cerco di riprendermi, grazie.”

“Dovremmo interrogarla in caserma appena se la sente. Le prime ore dopo un delitto sono fondamentali per le indagini. La pistola verrà presa in custodia per la perizia balistica.”

“Sono accusato di qualche reato?”

“Per il momento no, ma ci sono parecchie cose che ci deve spiegare.”

Non mi serviva un avvocato, conosco il diritto, ma dovevo stare attento a quello che avrei dichiarato; tutto sarebbe stato registrato e non potevo cambiare versione per non incasinare la mia posizione. Davide si sedette al mio fianco dentro l’ambulanza:

“Ho sentito quello che hai detto ai miei colleghi, è la verità?”

“Si amico, confermo tutto.”

È inutile mentire alle forze dell’ordine, prima o poi scoprono se li prendi in giro e ti becchi tutte le denunce di circostanza. I delinquenti sono proprio dei cretini, credono di farla franca commettendo un reato ma prima o poi li beccano, anche dopo trent’anni. Meglio non mentire mai…

Il proiettile aveva sfiorato il mio braccio sinistro, niente di grave, ma avevo ecchimosi in tutto il corpo e mi misero cinque punti di sutura in testa. Mi diedero un farmaco per l’emicrania, ebbi l’impressione che non avrei trascorso dei giorni felici, specie al mattino appena sveglio quando i dolori fanno di tutto per farsi sentire all’unisono. I membri del RIS (reparto investigativo scientifico) di Cagliari, unità speciale dei Carabinieri, in tuta bianca e pile che illuminavano a giorno, erano indaffarati a sistemare i numeri sul pavimento dove c’erano tracce di quanto accaduto nella casa. Ne avrebbero avuto per parecchie ore, auguri! Dal canto mio fui portato in caserma dove Davide potè assistere alla mia deposizione. Per l’intera notte dovetti ripetere più volte per filo e per segno quanto accaduto in quella maledetta casa. Alle sei del mattino fui lasciato libero: Siccome non potevo rientrare nella mia abitazione finché non avessero terminato quelli della scientifica, avvertii la mia nuova fiamma della situazione e lei gentilmente offrì di ospitarmi per un paio di giorni. Mi venne a prendere in caserma, notai si fosse truccata nonostante l’orario, le donne! Fui avvolto in un caloroso abbraccio:

“Andrea come stai? Sono stata in pensiero per te. Ho sentito il telegiornale, cos’è successo?”

Ero diventato un eroe nazionale, forse avrebbe accresciuto il mio fascino.

“Non ti preoccupare Marta, è tutto a posto, solo qualche graffio. Ho voglia di riposare, ne parleremo in un altro momento.”

Bugiardo come non mai, non le avrei detto ciò che era accaduto. Salimmo nella sua macchina, la mia l’aveva portata Davide a casa sua, sarebbe rimasta lì fino all’indomani. Marta guidò verso la sua abitazione. Ero stanco morto, avevo necessità di una bella dormita. Lei faceva l’avvocato e viveva in un bivano in via Paoli, ebbi l’impressione che sarei stato da lei per un po’ di tempo. Giunti al suo piccolo appartamento mi disse che potevo muovermi liberamente nel suo covo.

“Dormi in camera con me, sai bene che nel mio letto matrimoniale c’è spazio per entrambi.”

Lo sapevo eccome! Mi porse degli asciugamani puliti:

“Tieni questi sono per la doccia, se hai fame guarda in frigorifero. Non toccare gli yogurt però! Stacco il telefono di casa così non ti sveglia nessuno. Purtroppo entro a lavoro alle otto, non posso tenerti compagnia. Mi spiace. Rientro stasera alle sette, riposati e fai come se fossi a casa tua. Ti chiamo dall’ufficio al cellulare per sapere se è tutto ok.”

Mi sciorinò in un attimo tutte queste cose, ero tramortito. La avvolsi in un caloroso abbraccio, era il momento dei ringraziamenti anticipati:

“Non so come dirti grazie per l’aiuto che mi dai, sei proprio un tesoro!”

“Ma figurati, anche tu avresti fatto lo stesso se mi fossi trovata nella tua situazione.”

Appuntamento a lunedì per la prima parte del sesto capitolo.

Per chi se li fosse persi:
Capitolo 1, prima parte
Capitolo 1, seconda parte
Capitolo 2, prima parte
Capitolo 2, seconda parte
Capitolo 3, prima parte
Capitolo 3, seconda parte
Capitolo 4, prima parte
Capitolo 4, seconda parte
Capitolo 5, prima parte

[Foto di TheGiantVermin sotto licenza Creative Commons]

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