Indagine ad alto rischio – Capitolo 6, seconda parte

“Ti porto un caffè doppio così ti schiarisci le idee. Hai fatto una gran cosa ieri…”

Davide allungò una mano verso di me, la strinsi e mi alzai; mi abbracciò, fui sorpreso da questo gesto d’amicizia, non era da lui.

“L’hai scampata, ma in futuro aspetta noi, mai entrare sul luogo di un delitto senza le spalle coperte.”

“Tranquillo amico, vi darò una mano per risolvere l’indagine, ho un debito morale verso Marco Curreli e Paola Sinis.”

Restai da solo nell’ufficio, pensai alla donna, le visite in ospedale ai ricoverati venivano concesse dalle tredici alle quattordici ma volevo stare da solo con lei. Sarei andato in un orario differente per evitare i suoi parenti. Pensavo all’accaduto, ma non ricordavo niente che avessi tralasciato nella mia deposizione della sera precedente. Osservai le mie mani, erano ricoperte di tagli ed ecchimosi. Il medico aveva detto che sarei guarito in tre settimane se avessi applicato con costanza le pomate prescrittemi; avrebbe voluto tenermi in ospedale sotto osservazione ma mi rifiutai. L’indomani sarei andato a fare una tac.

Davide rientrò nella stanza con in mano un caffè fumante e un gran sorriso sulle labbra, forse avrei messo da parte gli sfottò per un po’, lo avevo fatto preoccupare sul serio. Stavo prendendo coscienza sempre più che avevo rischiato di essere ucciso o peggio ancora di finire il resto dei miei giorni attaccato a un respiratore o su una sedia a rotelle. Bella prospettiva per un trentacinquenne! Lo guardai e mi alzai:

“Grazie amico, se mi dici dove si trova il distributore automatico vado a prendermi una bottiglietta d’acqua, ho la gola secca.”

“Resta dove sei, ci penso io.”

Riuscì e ricomparve dopo un minuto con l’acqua.

“Ho riflettuto, non ho tralasciato niente, puoi comunicarlo al tuo superiore.”

“Benissimo, ora l’avverto.”

Sollevò la cornetta del telefono e comunicò col comandante. Davide mi guardò e disse:

“Ha detto che sei libero di tornare a casa, ci terremo in contatto con te.”

Alla grande! Bevvi il caffè e tutta l’acqua. Era il momento di congedarmi:

“Senti, domani mattina andrò in ospedale dalla donna, ci sentiamo più tardi ok?”

“Ok, chiamo il collega di piantone per comunicarglielo, ti accompagno alla macchina.”

Nel breve tragitto che conduceva al parcheggio mi riferì che del russo che era entrato in casa mia non avevano alcuna notizia. La cosa che mi colpì maggiormente fu sapere che Paola Sinis aveva dichiarato che era stata lei a liberare il figlio dicendo che non respirava. Porca miseria! Se avesse fatto come le dicevo non avrebbe perso l’unico familiare rimastogli, e io non sarei pieno di lividi. Rientrai a casa di Marta alle ventitrè. Mi lavai il viso, lei mi attendeva in camera da letto.

“Com’è andata Andre? Siediti.”

“Ho ripetuto le stesse cose di ieri, ora voglio rilassarmi e stare da solo per un po’. Ti dispiace Marta? Sono accadute troppe cose questa settimana… Scusa.”

“Non c’è problema, ti lascio ai tuoi pensieri. Vado a dormire, ti sveglio domani?”

“No grazie, ho fatto l’errore di bermi un caffè poco fa, penso che farò l’alba in piedi.”

“Ho della valeriana se ti va.”

Mi faceva il solletico quella roba, accettai ugualmente. Rimasi solo , non riuscivo a cancellare dalla mente le immagini di quella strage. Il sangue dappertutto, il volto di Manuel Sinis deturpato. Che nottata mi attendeva… Presi sonno alle sei, alle dieci mi svegliai in un bagno di sudore. Sapevo quanto fosse inutile stare a letto, non avrei ripreso sonno. Entrai in doccia. In cucina trovai la tavola imbandita, che brava ragazza avevo trovato! Feci colazione con una mega razione di caffeina, buttai giù una pastiglia per l’emicrania. Alle undici ero in strada, guidavo verso l’ospedale, mi fermai da un fioraio per acquistare delle rose per Paola Sinis. Dovevo tirarla su di morale, aveva perso le persone più care in maniera tragica. Decisi di non fare alcun accenno alla strage, era già traumatizzata di per sé. Avrebbe avuto necessità di qualcuno che la seguisse per superare il trauma, non la invidiavo.

La cosa che non riuscivo a scordare erano gli occhi del ragazzo quando mi pestava, sembrava un invasato. Avevo scordato di richiamare il suo psichiatra, avrebbe potuto darmi delle delucidazioni a riguardo, fermai l’auto e feci il suo numero. Mi rispose di persona:

“Salve sono l’investigatore privato Andrea Costa, potrei parlare col dottor Arcis?”

“Buongiorno, sono io, prego mi dica”

“Dottore, sono stato ingaggiato dalla madre di Manuel Sinis, un suo paziente; ha sentito in televisione cosa è accaduto?”

“Si certo, sono addolorato per quanto successo, una tragedia, ho mandato un telegramma alla signora Sinis.”

“Ascolti, se ha un momento libero vorrei passare nel suo studio per farIe qualche domanda sul ragazzo. Cosa ne pensa? Le ruberò solo dieci minuti del suo tempo.”

“Attenda un attimo, do uno sguardo alla mia agenda… Stasera alle diciassette ho un buco, può avvicinarsi?”

“Ottimo, ci può contare.”

“Lavoro in via Dante numero sedici.”

“Perfetto! La ringrazio, ci vediamo più tardi. Arrivederci.”

“A questo pomeriggio”.

Imprecai , avevo scordato di dire ai carabinieri che il ragazzo era in cura, ma dove avevo la testa! Comunque con l’autopsia avrebbero rintracciato la presenza di farmaci, se ne faceva uso. In via Is Mirrionis c’era il solito casino, automobilisti che tagliavano la strada e clacson che strombazzavano neanche fosse la festa per la risalita in serie A del Cagliari! Mi venne da pensare a quell’indimenticabile notte di maggio di cinque anni fa… Lasciai perdere i bei ricordi anche perchè di questi tempi viviamo sempre delle stagioni esaltanti. In strada come al solito i vigili erano assenti per carenza di personale, dicono sempre così per giustificarsi… Parcheggiai all’esterno e chiesi alla guardia dove si trovava il reparto chirurgia. Dovetti mostrare il tesserino, era stato comunicato loro che sarei arrivato fuori orario visite. Seguii le indicazioni e salii le scale dell’edificio, arrivai alla stanza numero trenta quando fui bloccato da un grido alle mie spalle:

“Fermo! Non può entrare!”

Mi voltai verso la voce, un carabiniere accanto al distributore automatico gesticolava verso di me. Quando fu vicino:

“Chi è lei? Non può entrare lì dentro!” – Mi presentai – “Scusi, mi ha colto di sorpresa, stavo facendo una pausa per il caffè, il maresciallo Castaldi mi ha comunicato che sarebbe passato a trovare la paziente. Mi favorisce un documento d’identità? Sa, è la prassi…”

Gli allungai la patente che ebbi subito indietro.

“Prego, può entrare nella stanza.”

Entrai nella camera, la signora Sinis stava sdraiata sul letto con lo sguardo perso nel vuoto; poveraccia, era a pezzi. Fece un debole sorriso alla mia vista, mi avvicinai e le strinsi la mano delicatamente. Aveva un ago nel braccio, le stavano praticando una flebo, aveva perso parecchio sangue. Seduta su una sedia sul lato destro del letto c’era una donna sui trentacinque anni, notai una vaga somiglianza tra le due, sicuramente erano parenti.

Appuntamento a lunedì per la prima parte del settimo capitolo.

Per chi se li fosse persi:
Capitolo 1, prima parte
Capitolo 1, seconda parte
Capitolo 2, prima parte
Capitolo 2, seconda parte
Capitolo 3, prima parte
Capitolo 3, seconda parte
Capitolo 4, prima parte
Capitolo 4, seconda parte
Capitolo 5, prima parte
Capitolo 5, seconda parte
Capitolo 6, prima parte

[Foto di José Goulão sotto licenza Creative Commons]

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