Indagine ad alto rischio – Capitolo 11, seconda parte
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Alle nove passate una BMW fiammante uscì dal cancello elettrico della villa: era giunto il momento di muoversi. Imboccò l’asse mediano il cui limite era stato innalzato a ben settanta chilometri orari, uno sforzo mostruoso per una strada a scorrimento veloce… Con i finestrini abbassati, visti i ventidue gradi di temperatura, mi mantenni due macchine dietro la sua. Non volevo farmi riconoscere, portavo cappellino e occhiali da sole. Prese la litoranea che portava a Villasimius, dopo trenta chilometri svoltò all’altezza della spiaggia di Cala Regina.
Il vice-presidente della ARTIS scese lungo la strada sterrata e si fermò dopo cento metri. Parcheggiai la mia auto in cima alla discesa e con i binocoli in mano scesi dalla vettura facendo finta di essere un turista che ammirava il paesaggio circostante. In effetti era una gran bella giornata, molta gente affollava la spiaggia sottostante e non nego la mia invidia, anch’io avrei voluto prendere il sole e tuffarmi in quello splendido mare. Ad attenderlo c’era un uomo robusto in boxer e infradito, pensai fosse il suo pusher. Lo osservai bene e mi scese un colpo, era il russo che avevo beccato a rovistare nella mia abitazione, figlio di puttana!
Venti minuti dopo il Cuccu salì in macchina e abbandonò il russo: cosa dovevo fare adesso? Seguire lui o il russo? Decisi al volo per la seconda opzione, se me lo fossi fatto scappare un’altra volta non l’avrei più rivisto. Erano le quattordici e il sole picchiava forte, stimai che uno con la carnagione così chiara non potesse resistere a lungo sotto il sole. Ebbi ragione, lo vidi risalire dalla spiaggia, si fermò ad una doccia pubblica con tanto di bagnoschiuma e si infilò sotto. Raggiunse la sua auto, una Focus, e si vestì. Passò a pochi metri da me voltandosi in ogni direzione, mi abbassai per non essere visto. Si diresse verso la città, poco trafficata a quell’ora, passò per via Roma e prese la centonovantacinque direzione Pula. Conoscevo bene la strada, si fermò davanti alla ARTIS S.p.A. Feci marcia indietro e andai a sistemarmi sotto un albero secolare, dovevo fare in fretta prima che qualcuno vedesse un matto in aperta campagna che sbirciava una fabbrica con dei binocoli. Notai un particolare che non avevo notato alla mia visita precedente, una bella telecamera ad ampio raggio piazzata nel cancello principale che ruotava in ogni direzione. Forse era stata installata in quei giorni, c’era sotto qualcosa. Decisi di tornare a casa di Marta per organizzare un piano, dove mi trovavo davo troppo nell’occhio.
Rientrato alla base, feci una bella doccia fresca e pranzai, in mezz’ora pianificai le mie mosse successive. Riuscii a dormire per un’oretta, al risveglio misi qualcosa da mangiare nello zaino, non sapevo quanto sarei stato fuori. Alle ventuno arrivai nei pressi della ARTIS; col favore dell’oscurità la mia auto nascosta dietro un albero non sarebbe stata vista. Durante il pomeriggio avevo notato che la telecamera impiegava quindici secondi per fare un giro completo; in quel breve lasso di tempo dovevo scavalcare un muro di due metri, facile, e mettermi al riparo. Si vedevano delle luci accese in lontananza, qualcuno lavorava fino a tardi lì dentro. Misi il cappuccio della felpa nera che indossavo, non volevo essere riconosciuto. Entrai in azione. Scavalcai il muro e corsi per una decina di metri prima di uscire dal campo visivo della telecamera. Mi ritrovai nella parte sinistra del primo fabbricato; un lampione illuminava quel lato, se c’era un guardiano ero fottuto. Non intravidi automobili, forse i dipendenti erano tutti a casa, dato l’orario. Dovevo raggiungere il secondo blocco di cemento dove c’erano le luci accese. Avevo paura, ero solo e avevo il sentore che la fabbrica fosse una copertura usata dalla setta per nascondere i suoi misfatti. La casa di Burcei era sotto sequestro da parte dei carabinieri, forse avevano deciso di riunirsi qui adesso. Se avevo ragione e mi avessero scoperto nessuno sarebbe venuto ad aiutarmi, non avevo detto niente a Davide sui miei movimenti, ero solo. Dovevo percorrere venti metri per arrivare all’altra costruzione, non sapevo cosa mi attendeva. Trattenni il respiro ed ascoltai, nessun rumore di passi o voci.
Giunsi allo spigolo del muro e diedi un’occhiata furtiva. Libero. Corsi verso l’altro blocco di cemento e mi acquattai ascoltando. Ad un metro e mezzo dal suolo c’erano delle finestre aperte verso l’alto, da esse filtrava la luce che avevo visto dalla strada. Sentivo un odore proveniente dall’interno che non avrei saputo identificare, in ogni caso non era niente di gradevole. Ogni tanto sentivo qualcuno muoversi all’interno. Volevo vedere cosa succedeva oltre il muro ma dovevo tenere occhi e orecchie spalancate, ti beccano sempre quando sei distratto a guardare dove non dovresti. Mi sollevai piano piano e sbirciai all’interno: riuscii a vedere soltanto un tizio con un camice bianco ed una mascherina sulla bocca che prendeva qualcosa da un tavolo. Ma che combinavano alla ARTIS? Mi spostai all’altra finestra e allungai la testa, quello che vidi non mi sconvolse al punto da farmi svenire visto la mia abitudine a vedere film dove si presentano quelle scene, ma fece il suo effetto. Steso su un lettino c’era un tizio morto con un “chirurgo” che trafficava nel suo stomaco come se fosse la cosa più naturale di questo mondo. Il sangue del “paziente” aveva riempito il pseudo-medico e il pavimento; dovevo andarmene a gambe levate e chiamare i carabinieri.
Il cuore mi batteva a mille mentre mi dirigevo a grandi passi verso il muro; avevo il timore di essere scoperto e di finire sul lettino anch’io. Raggiunsi la macchina con un forte dolore allo stomaco, mi piegai e vomitai, non mi era piaciuto lo spettacolo cui avevo assistito. Estrassi il cellulare dalla tasca, erano le ventuno e trenta, chiamai Davide per dirgli cosa avevo visto. Lui disse di allontanarmi subito da lì e tornare in città, avrebbe pensato lui coi colleghi a fare un sopralluogo e ad allertare il comando dell’arma. Dovevo andarmene da quell’inferno. Lo feci senza badare ai limiti di velocità, dovevo portarmi al sicuro. Rientrando a Cagliari non vidi nessuna volante che sfrecciava verso la campagna, chiamai Davide ma il suo numero risultava occupato. Non era affare mio, adesso se la sarebbero sbrigata le forze dell’ordine. Davide non mi richiamò per dirmi cosa avevano scoperto ed io passai la notte in bianco rigirandomi tra le coperte, pensando che questa indagine mi avrebbe portato altri grossi guai.
Appuntamento a lunedì per la prima parte del dodicesimo capitolo.
Per chi se li fosse persi:
Indagine ad alto rischio: intervista all’autore
Capitolo 1, prima parte
Capitolo 1, seconda parte
Capitolo 2, prima parte
Capitolo 2, seconda parte
Capitolo 3, prima parte
Capitolo 3, seconda parte
Capitolo 4, prima parte
Capitolo 4, seconda parte
Capitolo 5, prima parte
Capitolo 5, seconda parte
Capitolo 6, prima parte
Capitolo 6, seconda parte
Capitolo 7, prima parte
Capitolo 7, seconda parte
Capitolo 8, prima parte
Capitolo 8, seconda parte
Capitolo 9, prima parte
Capitolo 9, seconda parte
Capitolo 10, prima parte
Capitolo 10, seconda parte
Capitolo 11, prima parte
[Foto di JSFauxtaugraphy pics sotto licenza Creative Commons]



Ottobre 15th, 2009 at 11:26 am
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