Indagine ad alto rischio – Capitolo 13, epilogo

Il comandante Bassi m’informò che stavano osservando le mosse di Davide da qualche tempo; gli psicologi dell’Arma avevano notato qualcosa che non andava nei test periodici cui erano sottoposti i carabinieri. Da lì si era aperta un’indagine interna per fare luce sulla situazione. Avevano seguito i suoi spostamenti e solo dopo l’uccisione dell’appuntato Leccis avevano avuto il sentore che fosse coinvolto nella faccenda. Ovviamente dovevano prenderlo in flagranza di reato per poterlo incriminare. Quando martedì notte avevo chiamato Davide alle ventuno e trenta per informarlo di quanto avevo visto alla ARTIS, lui non era in servizio, aveva mentito. Era lui il “chirurgo” che avevo visto aprire il torace di un uomo alla fabbrica; aveva chiamato i “ragazzi delle pulizie” della setta e avevano tirato a lucido il macello che aveva combinato. Solo alle ventiquattro e trenta aveva avvertito la centrale operativa della mia telefonata, il Bassi non fidandosi aveva richiesto una perizia informatica ed era saltata fuori la verità.

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 12, seconda parte

Seduto su una sedia cercai di analizzare quanto accaduto dal giorno in cui assunsi l’incarico, mi sarebbe servito di lezione per la successiva indagine. Andare a parlare con Davide lo esclusi a priori, col comandante Bassi era un’ipotesi. Ero solo e rischiavo la pelle ora che avevo scoperto chi c’era dietro questa tragedia, dovevo restare lucido ed elaborare un piano per fottere chi tirava i fili della setta. Di solito a capo di questi pazzi esaltati c’è un santone che cerca di spillare soldi ai suoi membri che si fanno abbindolare dalle sue fandonie. Forse Manuel aveva ucciso il patrigno perché questo aveva scoperto che stava sottraendo soldi alla madre col bancomat. Ma perché alla ARTIS stavano squartando un cristiano? Aveva qualcosa di prezioso nello stomaco? Cocaina? Era un corriere? Potevano aspettare che la espellesse in altro modo, che motivo c’era di farlo fuori? C’era qualcos’altro sotto, lo sentivo. L’orologio batteva le quindici, chiamai Marta.

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 12, prima parte

La mattina seguente pensai di essere in una candid-camera. Davide venne a casa e disse che non avevano trovato niente alla ARTIS, tutto pulito.

“Andrea, ti ripeto che alla nostra vista il guardiano dello stabile ha sgranato gli occhi, non capiva cosa stesse accadendo.”

“Ma che cazzo stai dicendo! C’era una persona scuoiata in una stanza nella seconda costruzione!”

“Abbiamo controllato in ogni angolo, niente di niente. I miei superiori pensano sia stato un falso allarme, magari lo stress di questa indagine ti ha portato a ingrandire le cose…”

“No! No! Sono tutte stronzate! Non sono impazzito, l’ho visto coi miei occhi, Davide!”

Lui continuava a non ascoltare quello che dicevo:

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 11, seconda parte

Alle nove passate una BMW fiammante uscì dal cancello elettrico della villa: era giunto il momento di muoversi. Imboccò l’asse mediano il cui limite era stato innalzato a ben settanta chilometri orari, uno sforzo mostruoso per una strada a scorrimento veloce… Con i finestrini abbassati, visti i ventidue gradi di temperatura, mi mantenni due macchine dietro la sua. Non volevo farmi riconoscere, portavo cappellino e occhiali da sole. Prese la litoranea che portava a Villasimius, dopo trenta chilometri svoltò all’altezza della spiaggia di Cala Regina.

Il vice-presidente della ARTIS scese lungo la strada sterrata e si fermò dopo cento metri. Parcheggiai la mia auto in cima alla discesa e con i binocoli in mano scesi dalla vettura facendo finta di essere un turista che ammirava il paesaggio circostante. In effetti era una gran bella giornata, molta gente affollava la spiaggia sottostante e non nego la mia invidia, anch’io avrei voluto prendere il sole e tuffarmi in quello splendido mare. Ad attenderlo c’era un uomo robusto in boxer e infradito, pensai fosse il suo pusher. Lo osservai bene e mi scese un colpo, era il russo che avevo beccato a rovistare nella mia abitazione, figlio di puttana!

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 11, prima parte

Durante la notte mi svegliai per andare in bagno, stranamente Davide non dormiva nel suo letto, eppure quando mi ero coricato era lì. Magari aveva il verme solitario e stava sgranocchiando qualcosa. Andai in cucina, la porta di casa era aperta ma l’appuntato Leccis non c’era. La sua pistola era poggiata sul tavolino davanti al divano dove lo avevo visto seduto la sera prima intento a guardarsi la tv. Ero in boxer e maglietta, quando dormi la temperatura del tuo corpo si abbassa, ora sentivo freddo. Andai alla porta per chiuderla, frenai di scatto sulla soglia, una macchia di sangue nel vialetto che portava all’abitazione catturò la mia attenzione. Terminava dove iniziavano le aiuole con i fiori, chiusi la porta e tornai sui miei passi. Impugnai la beretta di Mario, tolsi la sicura ed inserii il colpo in canna. Andai in camera da letto e provai a chiamare il mio amico al cellulare, non era raggiungibile. Dove cazzo era finito Davide? Irrigidii i muscoli del corpo per farmi forza, ero pronto al peggio. Visti i precedenti avrei potuto trovare i cadaveri dei due carabinieri bruciati vivi. Preparai la mia mente ad un simile trauma, dovevo tenere botta, quelli della setta ci avevano scovato…

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 10, seconda parte

Non erano degli stupidi; feci un giro delle autofficine dove sostituivano i parabrezza ma non ottenni nessun riscontro positivo. Massimo e Daniele stavano impazzendo, avevano chiesto il giorno libero a lavoro per passare in rassegna ben ottanta officine. Dopo una cinquantina di visite mi arrivò la chiamata di Massimo:

“Andrea, ho trovato una Polo nera penultimo modello guidata da un pischellino! Sta abbandonando l’officina proprio ora, mi trovo in via Giotto, vieni qui!”

Massimo si trovava a Su Planu:

“Seguilo, fra trenta minuti ti raggiungo e ti do il cambio.”

Lo incontrai nel villaggio di Baia Azzurra nella zona del Margine Rosso. Avevo detto di tenersi a debita distanza dalla Polo, il guidatore non doveva sapere di essere seguito.

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 10, prima parte

Visto che Marta pranzava sempre in ufficio pranzai solo, mi preparai spaghetti con bottarga e una bella insalata. Alle sedici uscii di casa, ero vestito in modo consono, giacca nera, camicia bianca, jeans. L’appuntamento era in un bar nella zona di Castello, il quartiere storico di Cagliari. È proprio un bel posto, la notte si popola di giovani che hanno voglia di bere qualcosa in tranquillità ma non è sempre cosi. C’è il solito cretino che passa col macchinone da cinquantamila euro credendosi il padrone della strada, questa gente se ne frega che quella sia una zona a traffico limitato dove è vietato il transito. Non si può mai passeggiare in santa pace perché bisogna sempre spostarsi per farli passare.

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 9, seconda parte

Abbandonai la stanza, vidi Simona che si alzava dalla panca, era il suo turno. Un carabiniere si avvicinò:

“La pattuglia che abbiamo mandato a casa sua non ha rilevato niente di sospetto. Comunque il comandante le suggerisce di trovare un’altra sistemazione fino a quando non si risolve la faccenda.”

Ti pareva, dovevo avvertire Marta che mi sarei trasferito dal lei per qualche giorno. La chiamai a casa svegliandola, ci mise un po’ a rispondere. Le spiegai che mi serviva un posto dove dormire, era inutile starle a spiegare cosa era accaduto stanotte, si sarebbe allarmata e non avrebbe capito niente.

“Fra un’ora esco per andare a lavoro, vieni prima Andre. Ma cosa succede? Tutto a posto? Cos’è questa storia?”

La bloccai prima che iniziasse con un’altra raffica di domande:

“Ora devo andare Marta, ti spiego tutto in un altro momento. Grazie, a fra poco!”

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 9, prima parte

Presi un ramo da terra abbastanza grosso per il mio scopo ma poi pensai che rischiavo di farmi male, mi sarei dovuto avvicinare troppo. Le pietre non mancavano, ne presi una bella grossa e la scagliai sul parabrezza di una delle auto con cui erano arrivati quei bastardi. Un colpo secco, il vetro si scheggiò, l’antifurto sembrava una sirena. Feci altrettanto con un’altra auto. Imprecavo, sperai lasciassero stare la ragazza, sentii delle voci e mi nascosi dietro il cancello. Due di loro sbirciarono dalla cima delle scalette:

“Che cazzo sta succedendo? La mia macchina! Nooo!” – Subito si avvicinò per constatare i danni, si guardò intorno minaccioso – “Chi cazzo è stato? Luca! Luca! Chiamalo subito!”

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Indagine ad alto rischio – Capitolo 8, seconda parte

Uscii dallo studio alle tredici, tolsi la giacca poggiandola sul sedile posteriore. Accesi l’aria condizionata e guidai verso casa. Imposi alla mia mente di non pensare al caso finché fossi in auto, cosi feci. Avevo crampi allo stomaco, giunto a casa di Marta preparai un bel piatto di pasta e una bistecca di maiale, per completare il tutto un bel caffè. Riflettei sul caso, Manuel poteva essere stato strumentalizzato da qualcuno, era una facile preda d’altronde, bastava conoscere i suoi problemi. Marco Sinis poteva aver confidato a qualcuno della patologia del ragazzo, qualcuno di cui si fidava e il bastardo aveva sfruttato l’opportunità. Venni a sapere che i carabinieri avevano già controllato i conti in banca dei dipendenti della S.p.A., erano puliti. Nessun versamento sospetto.

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